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LAVITOLA, I DOSSIER E LA CAMPAGNA ANTI-FINI: ECCO I RETROSCENA

Se i “finiani” puntano il dito indice accusando Valter Lavitola di essere dietro la storia della divulgazione del dossier sulla casa di Montecarlo, probabilmente hanno le loro ragioni.  Anzi, molte buone ragioni. Perché loro chi sia Valter Lavitola e quale sia il suo approccio alla politica e all’editoria lo sanno bene.  Almeno da quando il giovanotto napoletano infervorato di craxismo arrivò all’Avanti che ben presto diventò il giornale che ospitava gli  scritti degli ex gladiatori e dell’accolita anti-comunista italiana. E che, forse per pluralismo o forse per convenienza, pubblicava gli scritti del parlamentare di An, Fragalà (l’avvocato recentemente ucciso a Palermo da un assassino sconosciuto e compianto da Fini in persona) che più volte vennero politicamente denunciati dagli esponenti dei Ds, che li consideravano densi di allusioni e messaggi trasversali.
Per chi non ha ben compreso il periodo basti ricordare che era il tempo delle commissioni Telekom Serbia e Mitrokhin che diedero dignità istituzionale a pataccari come il “conte” Igor Marini e il prodigioso Scaramella, intento a fabbricare false prove per dimostrare che Prodi fosse un agente del Kgb. Basta vedere dove fossero e cosa facessero all’epoca i “finiani” per comprendere che se oggi denunciano questi metodi c’è da prenderli sul serio, quantomeno come persone informate sui fatti.
Di Lavitola, chi lo conosce, racconta che uno dei motti del giovinotto era il seguente: “Con l’erba molle ci si pulisce il culo”, per significare il suo teorizzare, nella politica come nel giornalismo, che per contare occorresse conquistare posizioni di potere. E come? Il potere è sapere. E sapere (ad esempio retroscena privati o affari inconfessabili) significa avere potere di dire o riferire e anche avere potere e non dire. Purché il beneficiario del silenzio sappia. Ma la comparsa di Lavitola e del Velino sulle tracce delle prove anti-Fini (fatto ammesso al di là della paternità della divulgazione del dossier) lascia intravedere uno scenario ben più complesso di intrecci e rapporti che, forse, è l’elemento di grande interesse di tutta la vicenda. Da tempo si parla di un ruolo di Luigi Bisignani, già piduista, condannato a tre anni e mezzo per la famosa “tangente Enimont” e perquisito dal pm De Magistris nel corso dell’inchiesta “why not”. Bisignani ha avuto il suo ufficio in piazza Mignanelli dove c’era la Ilte spa amministrata da Vittorio Farina.  Il gruppo Farina (proprietario dei più grandi centri stampa italiani) tramite uno dei fratelli (Mario) è anche proprietario dei free-press Metro e Dnews, la cui pubblicità è stata data in esclusiva alla società Visibilia di Daniela Santanché.
La Santanché, oltre a curare la pubblicità per il Giornale e Libero (ossia i giornali capofila degli attacchi a Berlusconi) è legata a doppio-filo con Luigi Bisignani. E tutto il gruppo, ossia i Farina, Bisignani e Santanché è in stretti rapporti con Lino Jannuzzi, che è l’inventore e il padre riconosciuto del Velino, l’altra agenzia a caccia di informazioni anti-Fini. In tutto questo giro di amicizie e legami c’è Valter Lavitola, amico del gruppo di piazza Mignanelli, nonché introdottissimo nei meandri berlusconiani.
Il quadro, ancorché complicato, è abbastanza chiaro con un’appendice inquietante: ancora l’altro giorno Bisignani è stato indicato come persona che aiuta il sito Dagospia ad avere notizie e finanziamenti. Ebbene sembra esserci un cambio in corsa: il gruppo Farina sta per lanciare un settimanale di “gossip” dal nome inquietante “Io Spio”,  affidato pubblicitariamente alla solita Santanché e alle cure di un’agenzia, la Spyone di Alan Fiordelmondo. Budget previsto: 4.5 milioni di euro annui. Praticamente una gallina dalle uova d’oro per il gruppo che ruota intorno a piazza Mignanelli. Ed è noto a chi si occupa di intelligence, “gossip” vuol dire tante cose. Dagospia docet. Sarà un “Io Spio” di nome e di fatto? I “finiani” lo temono. Molto. E loro sono informati
 

Pubblicato il 4/10/2010 alle 19.43 nella rubrica ROMA .

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