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13 marzo 2006


La strategia del terrore

Fabio Trasmondi mi ha inviato un suo scritto di politica estera che condivido pienamente. Voglio che lo leggiate...


Nella storia americana il Vietnam rappresenta  la macchia nera che adombra  una lunga storia fatta di battaglie vittoriose. Ad un attento analista militare non mancherebbero le risposte:  il Vietnam è stata una sonora sconfitta perchè al popolo americano mancavano le giuste motivazioni per andare fino in fondo. Non essendoci adeguate motivazioni non c’erano benefici ed obiettivi da raggiungere.  Infatti, in una qualsiasi democrazia, l’esito finale di un conflitto è sempre  funzione delle motivazioni presenti nella popolazione e degli obiettivi raggiunti al termine del conflitto. Una  popolazione  democratica  giudica vinta o persa una guerra bilanciando i vantaggi che ne ottiene con il computo  totale dei caduti per la causa.  Se i benefici ottenuti con la fine del conflitto vengono ritenuti superiori al dolore provocato dai morti che la nazione piange allora la guerra è vinta, altrimenti è persa.  E’ solo un problema di valutazione anzi percezione dei benefici acquisiti.

 Alla luce delle considerazioni precedenti, analizziamo alcuni tra i recenti conflitti sostenuti dall’America.  Nella seconda guerra mondiale l’obiettivo era la distruzione di Hitler e della Germania nazista, un nemico crudele e malvagio. Poi c’è stata la guerra fredda contro l’Unione Sovietica altrettanto  malvagia ed oltretutto comunista.  Il minaccioso nemico  sovietico ha dato  la giusta carica per affrontare la  guerra in Corea e gli innumerevoli conflitti a cui l’America ha partecipato negli  anni della guerra fredda.  Tralasciando il Vietnam, si è arrivati poi alla trionfale prima guerra in Iraq dove troviamo un Saddam Husayn che impersona magnificamente   il ruolo di nemico malvagio e senza scrupoli. In tutti questi conflitti a dispetto del considerevole tributo di vite umane, sono state sempre presenti forti motivazioni spesso relazionate ad un nemico bieco e crudele, diretta incarnazione del diavolo sulla terra. 

 Anche nel Vietnam c’era la guerra fredda e lo spauracchio del comunismo che arrivando dalla vicina repubblica popolare  cinese avrebbe potuto contagiare l’intera penisola minacciando nella regione gli interessi americani ed occidentali. Lo stesso Hochiminh rappresentava  un despota feroce e sanguinario.  Quello che però differenzia il Vietnam da tutte le altre guerre era il momento particolare che l’america viveva.  Erano gli anni che porteranno al rivoluzionario ’68.  Le ideologie ed il modo di ragione  del movimento culturale identificato come “68”  fiaccarono alla base la tenacia della società  americana.  Le idee sessantottine osteggiavano apertamente la guerra in Vietnam.  Nel Vietnam c’era  il nemico cattivo, ma  mancavano  le adeguate  motivazioni nella popolazione; ragion per cui,  ad un numero sufficiente di morti, la società americana ritenne che non valeva più la pena  mandare al massacro il fior fiore della gioventù americana.

 Dato che  la storia può insegnare qualcosa, conviene far tesoro degli errori commessi.  Qualunque nazione, specie se  democratica, esprime in guerra  tutto il suo  potenziale  solo in presenza di un nemico bieco e malvagio e di adeguate motivazioni nella popolazione.  Le ragioni che  da millenni  spingono l’umanità alla guerra sono sempre le stesse:  la liberta, la propria casa, la patria, gli ideali. Ad ogni modo tutte queste ragioni rappresentano in sintesi un solo obiettivo:  il fine ultimo di qualsiasi conflitto, a prescindere dalla fazione, è quello di costruire un presente ed un futuro migliore. La prosperità e la sopravvivenza della comunità in pericolo costituiscono motivazioni idonee per affrontare  gli indispensabili sacrifici che una guerra comporta. Le  ragioni che spingono alla guerra sono valide solo e soltanto se  rappresentano l’unica strada possibile per arrivare al bene della società. Ecco il motivo per cui in ogni conflitto  è imprescindibile la presenza di un nemico malvagio, sanguinario  e soprattutto bieco con il quale non si può assolutamente trattare.  Questi principi trovano riscontrano in qualsiasi conflitto menzionato  nei libri di storia.

  

L’amministrazione Bush ha dimostrato di conoscere la storia e di tenerla in  debito conto. Nella attuale guerra del medio-oriente ci sono tutti gli ingredienti necessari per il buon esito di un conflitto. Abbiamo un nemico pericoloso, senza scrupoli che giura eterno odio alla nazione americana ed ai suoi cittadini. Un nemico subdolo, invisibile, misterioso che colpisce indiscriminatamente la povera gente con vili attentati e con il quale non è assolutamente possibile scendere a patti. Il terrorismo del fondamentalismo islamico è probabilmente il  nemico ideale  da utilizzare in una guerra; per alcuni versi  più proficuo e malleabile di campionissimi del male come Hitler.

 

Ci sono anche le motivazioni giuste per affrontare i sacrifici di un conflitto lungo e snervante. Gli americani hanno  paura, si sentono minacciati, sentono che la maggior parte del mondo è loro avversa.  La paura è uno strumento efficace, potente, in grado di spingere un popolo intero a combattere ad oltranza. Si tratta di una vera e propria strategia del terrore che utilizza strumenti nuovi da cui è difficile difendersi: i mezzi di comunicazione, la propaganda politica, l’informazione pilotata.      Quante volte sono crollate le Twin Towers? Decine, centinaia, migliaia di volte. Ogni volta che la televisione ritrasmette le immagini dell’ 11 settembre 2001, la popolazione americana rivive le medesime emozioni di 5 anni fa; ogni volta la paura e lo sgomento si  rinnovano in un interminabile gioco al massacro. L’attuale popolazione americana vive quotidianamente il terrore  di nuovi attacchi, seguendo notiziari che danno per scontati prossimi attentati di inaudita ferocia. Oggi c’è forse lo stesso terrore vissuto ai tempi della guerra fredda quando incombeva la minaccia di una imminente battaglia nucleare totale. In questi ultimi anni gli avvenimenti accaduti e l’operato dell’amministrazione Bush hanno lavorato sempre e solo in un’unica direzione:  esaltare il fenomeno terrorismo ed i suoi degni campioni, spaventando parallelamente la popolazione americana  e quella occidentale in generale fino a farla vivere nel terrore e nell’isolamento.

 Ora se per assurdo immaginassimo che domani mattina Bin Laden  e tutto il suo stato maggiore, rosi da rimorsi e da ripensamenti di ordine morale, si costituissero  agli americani, immediatamente dopo inizierebbero i problemi seri  per Bush e per la sua amministrazione. Cinque minuti dopo la resa di Bin Laden non ci sarebbero più ragioni per rimanere militarmente in medio oriente e non ci sarebbero soprattutto  ragioni per vedere i figli dell’america morire in battaglia.   Anzi,  poichè la società americana è attualmente vittima di  problemi sociali  e di una crisi economica non ancora pienamente superata, alla paura si sostituirebbe il malcontento.  Senza paura e senza nemico malvagio sarebbe facile pronosticare una sconfitta elettorale.  In questa ottica Bin Laden non è il nemico numero uno di  Bush ma l’alleato più prezioso.

L’america di Bush ha disperato bisogno del petrolio medio-orientale, del terrorismo di Bin Laden e, conseguentemente, del terrore degli americani.

  

Tutta questa paura sembrerebbe  essere costruita ad arte.  Un nemico come Osama Bin Laden con  la sua Al Qaeda se non ci fosse, bisognerebbe inventarlo; magari inventarlo con le nuove tecnologie degli  Studios di Los Angeles.

Inventare nel magico mondo della comunicazione mediatica non significa creare dal nulla; basta solo pilotare adeguatamente pochi eventi di grande richiamo, filtrare e manipolare le informazioni per l’opinione pubblica in america ed all’estero, finanziare indirettamente istituzioni e  gruppi politici di cui si conoscono  obiettivi e comportamento.  La creazione mediatica  finalizzata al controllo dell’opinione pubblica  è tutta qui !   

Non che il terrorismo di Al Qaeda e lo stesso  Bin Laden non esistano; c’è però la possibilità che ci sia qualcuno che possa indirettamente muoverne i fili dall’alto facendogli fare al momento opportuno  le gesta  desiderate.

  

L’ipotesi di una “paura di massa” costruita a tavolino dal governo di una  nazione modernissima e con  grande tradizione democratica potrebbe sembrare a prima vista  fantapolitica  di cattivo gusto irriguardosa della memoria di tante vittime.  Fantapolitica assurda  ma soprattutto impossibile da  realizzare. Ragionando un po’ ci si accorge che pilotare l’opinione pubblica spingendola verso scelte precise, non è poi così difficile.  La pubblicità per esempio indirizza in modo scientifico i consumi della popolazione.  Perchè mai persone con immense risorse e con grandissimo potere non  potrebbero fare la stessa cosa in politica?  La possibilità di pilotare in modo opportuno le popolazioni delle grandi democrazie evolute  è un problema enorme dei nostri giorni che non riguarda solo gli Stati Uniti ma indistintamente tutte le nazioni occidentali iniziando proprio dall’Italia. Il fenomeno è sottovalutato proprio perchè  recente.

 Prescindendo da giudizi morali ed opinioni di parte, approfondiamo l’analisi del fenomeno terrorismo. Concentriamoci sulle finalità delle entità coinvolte al fine di svelare la logica che gli eventi nascondono. Quale obiettivo finale si prefigge Osama Bin Laden e Al Qaeda? Per prima cosa si deve tenere presente che l’assassinio indiscriminato di tanta gente non è un fine ma è un mezzo.  Del resto il fine non potrebbe  essere nemmeno la distruzione e l’annientamento  degli odiati Stati Uniti semplicemente perchè  Bin Laden non ne ha assolutamente il potere. La logica del terrorismo presuppone la  minaccia ad un nemico al fine di costringerlo a fare qualcosa. Il principale obiettivo  sbandierato  da Bin Laden e company in tutti i suoi proclami è sempre stata la cacciata degli americani  e degli israeliani  dal medio oriente. Colpirli duramente per costringerli ad andare via. Già a questo punto i conti non tornano.  L’operato di Bin Laden non solo non ha prodotto i risultati sperati ma ha addirittura portato effetti completamente opposti. Gli yankees, infatti, sono presenti in Afghanistan ed in Iraq e non sembrano aver intenzione di andarsene  prima di aver insediato nei paesi citati  governi filo-americani.

 Tutto ciò era facilmente prevedibile anche prima dell’11 settembre 2001.  La logica del terrorismo funziona solo nei confronti di un nemico che si è capaci di spaventare e di cui si prevedono le timorose  reazioni.  Se il nemico non si spaventa ma anzi si irrita si ottiene l’effetto opposto.   Pensare di piegare con la forza l’america di Bush  è una considerazione  da sprovveduti e quindi da pessimi terroristi. Chi, scontrandosi  per strada  con  un avversario di  temperamento  violento,  molto più grosso e più forte  di noi, penserebbe di  colpirlo prevedendone  la fuga  invece di una sua reazione violenta? Possibile che il buon Osama Bin Laden e tutte le teste pensanti di Al Qaeda, capaci di organizzare una rete terroristica mondiale e di portare a termine efferati ma complessi delitti, siano  così sprovveduti da non comprendere  il macroscopico errore?

 Le stesse forze  armate americane hanno nei confronti del terrorismo e di Al Qaeda un  atteggiamento singolare; nonostante aspre battaglie e numerose vittorie sul campo, non lo  riescono a sconfiggere definitivamente.  La prima superpotenza mondiale, pur  disponendo di mezzi  fantascientifici,  non riesce a catturare un Bin Laden  malato da anni, con seri problemi di  dialisi. Proclami e minacce di gruppi terroristici  sconosciuti  vengono regolarmente ritrasmessi dai principali network americani in nome del  diritto all’informazione.  Lo stesso diritto viene però negato per cronache ed immagini relative a fasi di guerra dell’esercito americano.  Tutte queste incongruenze  ci dovrebbero far  riflettere  e far capire che la scena è più complessa di come appare.

  

L’America ha consolidato una lunga esperienza nella gestione mediatica dei conflitti e nella capacità di pilotare eventi politici anche in paesi stranieri. Esperienza  maturata in  anni di guerre e  soprattutto nella guerra fredda dove era richiesto l’affinamento di strategie e tattiche mirate a conquistare la psicologia degli elettori americani e delle popolazioni alleate.

L’america non è nuova ad operazioni di copertura e di manipolazioni della realtà  in grande stile.  Lo stesso omicidio del presidente Kennedy è passato alla storia come un attentato isolato compiuto dallo squilibrato Lee Harvey Oswald quando prove cinematografiche sconfessavano smaccatamente la teoria del singolo tiratore, avallata anche dalla ufficialissima  commissione Warren. L’imprevisto video in 8mm girato da Abraham Zapruder ha mostrato inequivocabilmente la diversa provenienza dei proiettili che uccisero Kennedy;  proiettili sparati  da punti diversi  presuppongono necessariamente la partecipazione di più attentatori e conseguentemente una cospirazione pianificata.

Come prova documentale di una possibile  manipolazione del fenomeno  terrorismo da parte dell’amministrazione Bush si rimanda al documentario “911 in plane site” girato da cittadini americani  e reperibile al sito internet  “www.911inplanesite.com”.  Nel documentario sono avanzati dubbi sulla veridicità degli eventi dell’ 11 settembre così come ci sono stati raccontati; dubbi   supportati da prove video, prove fotografiche nonchè da testimonianze di cittadini.  Illuminanti le considerazioni  effettuate sull’attentato al pentagono.  Visionando l’interessantissimo documentario  ognuno potrà farsi la propria  opinione.

A questo punto bisogna precisare che in questo  meccanismo della strategia della paura il popolo americano, suo malgrado, non  è responsabile della guerra in cui è coinvolto; non solo non è responsabile poichè non consapevole, ma addirittura ne è vittima.  Una popolazione che convive quotidianamente con la paura non vive bene. Avere l’incubo giornaliero dell’attentato non giova certo alla longevità degli americani. Il meccanismo della strategia del terrore  vede la popolazione subire passivamente decisioni che la costringono ad enormi sacrifici come la perdita  di un figlio caduto in battaglia.   Volutamente nelle ultime parti della  trattazione si è parlato di amministrazione Bush in contrapposizione alla  popolazione americana per evidenziare la parte della società americana che trae profitto dalla guerra e la parte che della guerra sostanzialmente  paga i costi.  In tal senso gli Stati uniti non vanno demonizzati ma anzi supportati sostenendo quella parte della società  politicamente contraria alla guerra ed alla logica del terrore.  Bruciare la bandiera a stelle e strisce nei quattro angoli del mondo, oltre ad essere un atto di inciviltà,  significa solamente  accrescere l’isolamento del popolo americano favorendo la strategia del terrore e gli interessi dell’amministrazione Bush e delle lobby associate .

 Le forze interne che si battono  in opposizione alla strategia del terrore sono consistenti.  In tutte e due le elezioni, specie nella prima, Bush è stato eletto per uno scarto minimo di voti.  Nomi illustri  della società americana si sono apertamente schierati contro la politica della guerra ad ogni costo  e contro l’operato del governo. Da tempo  Michael Moore, il regista di  “Fahrenheit 9/11”,  e molti altri come lui, lavorano tenacemente per un’informazione pulita che permetta agli americani di aprire gli occhi   comprendendo  esattamente quello che sta succedendo loro.

 
                     Fabio Trasmondi




permalink | inviato da il 13/3/2006 alle 14:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa


7 marzo 2006


La banda larga....

Ho letto in questi giorni che  la telefonia fissa sta subendo una vera e propria invasione, che arriva  da due fronti contemporaneamente, anche se l'arma utilizzata è sempre la stessa: il voice over Ip, cioè: Skype.
Il primo fronte è costituito dagli stessi clienti che dopo aver scoperto che nessuna tariffa può battere il costo di Skype, hanno anche scoperto i nuovi telefonini Usb.
La risposta delle compagnie è stata quella di limitare la banda per tali servizi, limitando, di fatto anche il Peer to Peer, con l'obiettivo di scoraggiare gli utenti con il risultato di far arrabbiare i consumatori. Su ciò è intervenuta anche l'Adiconsum: "La prova di quanto da tempo denunciato sono le limitazioni che i provider cominciano a fare sulla connessione per impedire il p2p ed il Voip. Nessuno deve permettersi di controllare ciò che i consumatori fanno in internet. La velocità di connessione non può variare a piacimento del provider in base ai suoi interessi".
Il secondo fronte è quello aperto da H3G (la 3). Questa compagnia mobile ha introdotto un'offerta che per la prima volta si avvale della tecnologia Voice over Ip per veicolare il traffico sui dispositivi mobili. L'offerta si chiama "International No Limit" e, grazie al Voip e a una tariffa di 15 euro al mese, permette di chiamare dall'Italia 23 Paesi nel mondo fino a 10 ore al giorno, circa 5 centesimi l'ora e senza scatto alla risposta. 
Quale sarà l'effetto che questa offerta avrà sugli stranieri residenti in Italia le cui nazioni di origine rientrano nell'offerta?
H3G ha sottoscritto un accordo con Skype e Nokia che permetterà di usare il VoIP sia su pc sia su Videofonino. La direzione di H3G è quindi quella di cavalcare l'onda di Skype.
In questa ottica quello che prevedo è un graduale abbandono della rete fissa da parte degli utenti: la migrazione verso le reti mobili è inesorabile. Le utenze cellulari simuleranno quindi l'utenza fissa a costi minori e senza il vincolo del cavo.
Già oggi uno degli ottimi manager di cui l'Italia dispone ha pensato bene di fondere una compagnia di rete fissa con un di rete mobile per coprire l'indebitamento della prima, ormai destinata, inevitabilmente, al fallimento. 
Sempre che questo fallimento non sia di dimensioni tali da trascinare con se tutte le controllate.... E le migliaia di dipendenti di questa telco, che fine faranno?








permalink | inviato da il 7/3/2006 alle 14:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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